Hermann Corrodi


Hermann Corrodi (Frascati, 23 luglio 1844 – Roma, 30 gennaio 1905)

Via di San Giovanni in Laterano con scorcio del Colosseo

Olio su tela, cm 166x100,5


Il dipinto con firma abrasa, raffigurante uno scorcio del Colosseo da via San Giovanni in Laterano, è sulla base dell’analisi stilistica da porre in relazione alla produzione di opere di soggetto romano di Hermann Corrodi.

Artista romano ma di vocazione cosmopolita, Corrodi occupa un posto decisamente eccentrico all’interno del panorama artistico capitolino. Avviato alla pittura dal padre Salomon, vedutista svizzero di lontane origini italiane attivo a Roma dal 1832, e incoraggiato da quest’ultimo a compiere esperienze all’estero, frequenta a Ginevra gli studi di Alexandre Calame e Jacques Alfred van Muyden, mostrando sin dalle prime prove predilezione per il paesaggio. Se nella città eterna l’artista si lega alla comunità dei Deutsche-Römer, sono tuttavia i contatti stabiliti durante alcuni soggiorni oltralpe a orientare in maniera internazionale la sua attività. A Parigi frequenta infatti gli studi di Ernest Meissonier e Jean-Léon Gérôme e conosce i mercanti Adolphe Goupil e François Petit. In Inghilterra riceve, inoltre, una calda accoglienza nello studio di Lawrence Alma Tadema e incontra alcuni dei maggiori protagonisti della pittura inglese, tra cui Frederic Leighton e John Everett Millais. Irrequieto viaggiatore, Corrodi percorre in seguito le orme dei turisti settecenteschi visitando le più pittoresche località italiane; al di là delle Alpi, si sposta tra Svizzera, Germania, Francia, Inghilterra, e, sull’onda della voga orientalista, esplora i paesi esotici del Mediterraneo. Amatissimo dai facoltosi collezionisti europei e americani, espone le sue opere nelle principali rassegne internazionali, allaccia i rapporti con le corti del tempo, in particolare con quella inglese, e finanche col Khedivè d’Egitto, mantenendo, tuttavia, la sua residenza e il suo studio a Roma. Altri due studi sono strategicamente aperti nel cuore della Mitteleuropa, prima a Baden Baden e poi a Hamburg. La sua notevole fortuna, ben documentata dalla stampa internazionale tra Ottocento e Novecento, trova riscontro in una produzione decisamente abbondante, ma di difficile datazione. I suoi dipinti replicano, infatti, più volte nel corso del tempo soggetti di particolare fortuna e raramente recano la data, rendendo così complessa la definizione di un percorso cronologico.
Alcuni caratteri costituiscono, tuttavia, una cifra stilistica che permette di identificare in maniera inconfondibile la sua produzione, che sin dalle prime opere si allontana dalla vocazione naturalistica con intenti di fedeltà documentaria propria della tradizione del Gran Tour per approdare, attraverso il filtro poetico della visione boeckliniana, verso un’interpretazione del paesaggio ricca di suggestioni liriche ed emotive. Qui la peculiare sensibilità di stampo nordico trova magistrale espressione attraverso una regia scenografica di straordinaria efficacia fondata su una serie di elementi ricorrenti: la dilatazione prospettica, innanzitutto, e poi l’ampio respiro degli spazi, con gusto per campi lunghi e vedute dal basso, in grado di conferire agli elementi protagonisti dell’immagine un’inedita pregnanza emotiva; l’inserzione di figure piccole, talvolta addirittura fuori scala, che rafforzano la maestosità degli scenari naturali e architettonici; l’accordo tra la magnificenza dello scenario naturale e la solennità delle vestigia del passato; il talento per i finissimi accostamenti cromatici, per le luci trascoloranti, per le trasparenze atmosferiche, certamente studiate dal vero ma poi sapientemente ricostruite nel chiuso dello studio, secondo una tecnica di antica tradizione.
Nell’opera in esame l’anfiteatro è ripreso dalla via di San Giovanni in Laterano, fino alla fine dell’Ottocento una delle principali arterie urbane, teatro dei cortei papali tra il Vaticano e il Laterano, nonché asse di collegamento del centro città con i Castelli Romani. Sulla destra si riconoscono il campanile e il portale laterale della basilica di San Clemente inseriti all’interno di un complesso architettonico di fantasia. Va segnalato che rispetto alla reale topografia del luogo la lunghezza della strada risulta decisamente accorciata al fine di rendere più maestoso il profilo del Colosseo. Il punto di vista ribassato amplifica il respiro dell’immagine e le quinte laterali accentuano il senso di fuga spaziale incanalando lo sguardo verso l’imponenza del monumento che, inondato di luce, si palesa sullo sfondo al pari di un’apparizione. Come nelle sue opere migliori l’artista da qui sfoggio delle sue doti di abile scenografo nell’orchestrazione del contrasto tra ombra e luce conferendo il massimo risalto al sottile trascolorare del vasto cielo vespertino solcato di nubi sul quale, a sinistra, con risultato di notevole suggestione, si stagliano le fronde di un pino mediterraneo, soluzione anche questa ricorrente. 
Nel primo piano la strada è animata dal passaggio dei popolani colti in diverse attitudini (il carretto carico di persone, l’uomo a cavallo, le donne con i panni sul campo o con i bambini in braccio), secondo quel gusto per i costumi romani molto vivo in quegli anni tanto nella pittura dei Deutsch-Römer quanto in quella dei pensionnaire dell’Accademia di Francia. Le figure sono rapidamente abbozzate secondo una modalità tipica della sua produzione.
 

Il soggetto dovette riscuotere un certo successo, come dimostra l’esistenza di almeno altre due versioni quasi identiche sebbene di misure leggermente inferiori. D’altra parte, come è noto l’artista, gratificato da notevole apprezzamento di mercato, realizzò numerose repliche delle sue opere variando dimensioni e talvolta luci ed elementi compositivi.



Teresa Sacchi Lodispoto


Sabrina Spinazzè



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